
ottimi studi che per l’ardente e mirabile pietà, mi chiesero che scrivessi in
lingua toscana la storia della SS. Annunziata celebrata così tanto a Firenze.
Essi desideravano una cosa grave, santa e così tanto ammirevole per gli
uomini da essere affidata alle lettere e da esser narrata adeguatamente, di
modo che con i divini prodigi essa salisse ad una ancora più grave dignità.
Si racconta che il pittore si sforzasse a lungo e molto di meditare in quale
maniera dovesse raffigurare il sentimento dell’animo nella muta immagi-
ne, e alla fine esprimere il volto ardente quasi vivo nella divina meditazio-
ne.
E naturalmente esso non è espresso con costume di umano lavoro, ma
con il soffio divino [margine: arte divina nel volto della Vergine], non tanto
nei colori, ma in quanto è formato mirabilmente dalla divina opera.
Esso influenza la mente e gli occhi di coloro che l’ammirano tanto che,
appena si ha la capacità di contemplare, rende necessario dimenticare la
terra e meditare sul cielo; a tal punto arde negli affetti divini, che ti penti e,
a tal punto ti prende, che tu sei rapito con leggerezza e senza difesa verso
Colui che ha creato il tutto.
Quel costume, se non erro, fece in essa immagine tanta divinità, dette alla
luce tanta dignità, e tanto nome santo le fece acquisire sulla terra, che la
gran menzione della cosa incide spesso nell’ottimo diritto; Cosimo de’ Me-
dici, uomo mirabile e grande, era abituato a dire come non si possa guarda-
re il volto meraviglioso e celeste senza un pio e sacro timore.
Queste cose io diffusi in tali lettere non nel tuo nome, ma nel mio; di esse
mi avresti spiegato le cose sentite se fossi stata a Firenze.
Ora invece, essendo tu presa dall’opera della campagna, prova semmai a
seguire la finalità, misura il peso del tuo ingegno, e così ti unirai alle tue
ottime riflessioni. Saluti. Firenze, III calende di ottobre (29 settembre) 1584
(3).
(3) In meis autem occupationibus, quae sunt permultae, adierunt ad me viri quidam animi mun-
ditia insignies, qui cum studiiis optimis, tum mira ardentes pietate petierunt, ut historiam Divae
Annuntiatae, quae colitur Florentiae tam valde, Tuscis verbis conscriberem.
Cupiunt illi rem gravem, sanctam, cunctisque mortalibus admirabilem mandari literis, divini-
sque prodigiis quemadmodum in tantam ascenderit dignitatem graviter, et commode enarrari.
Ferunt pictorem diu, multumque meditantem agitasse, quo nam pacto animi sensum in muta
imagine effingeret, divinaque cogitatione incensum tandem, vultum poene spirantem expressisse.
Et profecto mos ille non humano artificio, sed divino afflatu est expressus [margin: Mos divinus
in vultu virginis], nec coloribus tantum, sed divina ope mirabiliter formatus.
Hic animum, atque oculos intuentium ita afficit, ut simul atque spectandi facta est potestas, et
terram oblivisci, et coelum cogitare sit necesse: ita divinis amoribus incendit, ut tui te poeniteat,
atque adeo miserat, neglectisque levitatibus ad eum, qui cuncta creavit, rapiaris.
Mos ille, nisi fallor, tantum in ea imagine divinitatis iam effecit, tantum dignitatis peperit, tan-
tum in orbe terrarum sacri nominis comparavit; ut iure optimo quoties de re tanta mentio incideret,
solitus sit dicere Cosmus Medices, vir mirus, atque magnus, quod admirabilis facies, et coelestis
sine pio quodam horrore spectare numquam possit.
Haec non tuo, sed meo nomine his literis aspersi; de quibus mihi, si fuisses Florentiae, quid
sentires, explicasses.
Nunc vero ruri opus istitutum persequens utrum ad ipsum probes, tuis ingenii ponderibus expen-
des, et ad tuas optimas cogitationes aggregabis. Vale. Florentiae. III calend. Octob. MDLXXXIIII”.